domenica 29 marzo 2020

LA RIGIDA OLANDA SOTTOVALUTA IL RISCHIO VIRUS

La risposta dell’Olanda al virus è stata assolutamente inconsistente” queste sono le dure parole di Arjen Boin, professore di istituzioni pubbliche e governance della facoltà di Scienze Politiche alla Leiden Univesrity in Olanda. Il professore che è specializzato nelle analisi di come le importanti crisi in tutto il mondo, come catastrofi naturali e calamità che sconvolgono intere comunità. Sicuramente una voce autorevole in queste tempi di pandemia da corna virus. Ciò che lo colpisce è che i Paesi Bassi siano stati così lenti a rispondere. "Dall'inizio di gennaio, ci saremmo aspettati che questo virus molto contagioso raggiungesse i Paesi Bassi, ma i Paesi Bassi non hanno praticamente preso alcuna misura." Affari come al solito o blocco? In questo tipo di crisi ci sono circa due modelli di risposta, spiega Boin. Con il modello A si lascia la situazione più o meno come al solito senza adottare misure eccezionali di reazione, e con il modello B invece si mette mano a misure eccezionali, come fatto in Italia prima, e poi a seguire in Francia, Spagna, Gran Bretagna, e Stati Uniti sul modello di quanto accaduto a Whuan in Cina. I Paesi Bassi hanno optato per il modello A. Questo è il motivo per cui le persone provenienti da aree ad alto rischio in Italia, Giappone e Corea del Sud potevano viaggiare liberamente nei Paesi Bassi e viceversa, e nessun evento importante è stato cancellato. Boin: "Non sto dicendo che questo è male, ma sto solo concludendo che A è la scelta che è stata fatta. I cancelli sono quindi spalancati. Gli interessi economici sembrano prevalere. Questa è una scelta difendibile, ma sarebbe positivo se il Primo Ministro o il ministro della sanità fossero chiari su questo. " L'UE deve coordinare la sua risposta, proprio quello che la rigida Olanda sembra voler evitare. L'ipotesi è  passare al modello B se la situazione in Olanda, come sembra, dovesse peggiorare. Ma sarebbe troppo tardi, dice Boin. Gli stati membri europei non stanno lavorando insieme correttamente, dice - ogni paese sta rispondendo a modo suo. Solo la settimana scorsa il Consiglio di crisi dell'UE ha iniziato a coordinare la crisi. Boin chiede una risposta più snella e un adeguato coordinamento delle "misure corona" da parte degli Stati membri.  Il governo olandese sta inviando un messaggio misto sotto alcuni aspetti, afferma Boin. 'Stanno chiarendo che dovremmo prendere sul serio il " romanzo" coronavirus e che il gabinetto è in trattativa di crisi, ma allo stesso tempo vogliono sottolineare che la maggior parte delle persone non sono in pericolo, che non dobbiamo essere troppo veloci a chiamare il dottore e che non tutti possiamo farci testare in massa. " Ecco perché forse l’austera Olanda non comprendendo la minacci del coronavirus, sia sorda al grido di allarme che arriva da paesi come Italia, Spagna e Francia che invece stanno prendendo la cosa molto seriamente.
"Nei Paesi Bassi, i negozi sono ancora aperti e sono ancora consentite riunioni di 100 persone - si tratta di terreni fertili per il virus", ha affermato Marino Keulen, sindaco della città di confine belga Lanaken, in vista degli ultimi annunci olandesi. La scorsa settimana il Belgio ha introdotto controlli alle frontiere per reprimere i viaggi non essenziali. Keulen ha definito i controlli di frontiera un "segnale all'Aia" per "aumentare rapidamente" la sua risposta e allinearsi con i paesi vicini. Dopo che le autorità belghe hanno installato barricate sulle strade, hanno detto alle auto con targhe olandesi di voltarsi e tornare a casa . "Il governo olandese è incompetente e ridicolo nella sua risposta alla crisi del coronavirus", ha dichiarato Leopold Lippens, sindaco della città costiera belga Knokke-Heist, che ha deciso di bloccare il suo comune prima delle restrizioni nazionali. "I Paesi Bassi non stanno facendo nulla, quindi dobbiamo proteggerci." Il primo ministro olandese Mark Rutte ha difeso l'approccio del Paese, che la scorsa settimana ha visto la chiusura di scuole, bar e ristoranti. "L'obiettivo dell'approccio è di non sovraccaricare il sistema sanitario, oltre a proteggere gli anziani e i vulnerabili", ha detto Rutte durante un dibattito parlamentare a meta Marzo. Eppure il virus è presente anche li, anche se per ora con numeri sicuramente più bassi, considerando che il 28 Marzo i contagiati erano 9367 e i morti 642, numeri che pero rapportati ai circa 7 milioni di abitanti, rappresentano comunque una incidenza certo da non sottovalutare. D’altra parte lo stesso premier olandese nel discorso alla nazione di dieci giorni fa, ha dichiarato che il coronavirus è tra noi e che per il momento ci rimarrà. Rutte s'è detto convinto che non esista una soluzione immediata per contenere la pandemia. "La realtà è che gran parte del popolo olandese verrà contagiato nel prossimo futuro", ha affermato, sottolineando che l'obiettivo di politica sanitaria dell'esecutivo è quello di sviluppare l'immunità di gregge. Parole che riecheggiano piuttosto lugubri considerando che l’ultimo a dire una simile affermazione, il premier inglese Boris Johnson adesso si trova in quarantena, dopo esser risultato positivo al virus e con gran ritardo ha deciso per la chiusura totale del regno Unito. In Olanda, invece, malgrado, come detto, le scuole siano state chiuse, così come i bar e i ristoranti, non è stata adottata nessuna misura di quarantena. Il solo accorgimento suggerito è quello di non avvicinarsi a più di 1,5 metri dagli sconosciuti. Scelte si dirà su cui nessuno chiaramente può permettersi di mettere il becco, però allo stesso danno idea di come la rigidità dell’Olanda sulle misure economiche da adottare da parte dell’Europa siano però invece una questione che riguarda tutti i 27 membri. Ma proprio su questo punto bisogna registrare, nelle ultime ore, un importante distinguo che potrebbe incrinare questo atteggiamento in uno dei membri più rigidi verso qualsiasi forma di mutualizzazione del debito. Klaas Knot, governatore della De Nederlandsche Bank, la Banca centrale dei Paesi Bassi, infatti, ha preso le distanze dal suo governo, in maniera anche piuttosto clamorosa, sostenendo la necessità di una risposta europea alla crisi causata dal Coronavirus che comprenda Coronabond e un uso più efficiente del Fondo Salvastati. In un’intervista concessa al giornale olandese “nrc.nl”, Knot  ha sostenuto che “questo è un test per la zona euro. Quando vedi cosa sta succedendo con il Coronavirus in paesi come l’Italia e la Spagna, penso che la richiesta di solidarietà sia estremamente logica”. Poi ha ammesso che “il modo in cui attuare questa solidarietà è una decisione politica. E’ auspicabile che emerga anche qualcosa in comune da parte dei governi: una risposta europea alla crisi. A turno, possiamo acquistare Coronabond o nuove obbligazioni emesse dall’ESM”. Concludendo che sia necessaria una combinazione di solidarietà e adattamento delle economie dei Paesi in cui è necessario l’aiuto, “rafforzando le economie di chi è in difficoltà”. Chissà se questa apertura possa essere una piccola crepa nel muro della rigidità olandese, che guida il fronte dei paesi cosiddetti “frugali”.

giovedì 26 marzo 2020

GERMANIA SORDA ANCHE DI FRONTE ALL EMERGENZA


Domani si prepara un importante Consiglio Europeo, che dovrebbe prendere decisioni fondamentali sul come intervenire per far fronte alla emergenza coronavirus e alle coneguenze che essa portera sulla economia europea. Mentre gli Stati Uniti in pochi giorni approvano senza grosse discussioni un piano di aiuti monstre da 2000 miliardi di dollari, con aiuti diretti ad imprese e famiglie, in Europa si litiga ancora sulle regole e le condizioni di accesso ai prestiti del Mes. Il nodo che non sara certo facile sciogliere è quello che riguarda la presenza o meno di condizioni per accedere al cosiddetto fondo salvastati, che in base alle prime bozze, potrebbero essere assai stringenti per chi come il nostro paese ha una situazione debitoria complessa. Molti pensano infatti che qualcuno ( Germania in testa) possa speculare sul virus per mettere il nostro paese all'angolo e sottoporlo al giogo delle stringenti regole di bilancio, come è più di quello già realizzato in Grecia dopo la crisi finanziaria del 2008. Cerchiamo allora di capire a cosa potrebbe andare incontro il nostro paese, se la linea della fermezza dovesse mai prevalere. Allo stato attuale delle cose, il mercato dei bond sovrani europei è molto frammentato: ogni stato emette i suoi titoli in base alla strategia di finanziamento pubblicata annualmente. Sarebbe invece ipotizzabile aggregare il fabbisogno di finanziamento dei singoli paesi sotto un’unica bandiera, come adesso da più parti si vorrebbe mettere in campo ? “Certo che sì” ha detto di recente Alessandro Tentori, chief investment officer di AXA IM Italia, “anzi sarebbe pure utile per aumentare la liquidità del mercato secondario, che invece di essere frammentata in decine di titoli sarebbe concentrata su una singola curva benchmark”. Perché è allora così difficile trovare un accordo sugli eurobond? Secondo molti il principale nodo da sciogliere è legato all’assenza di una unione a livello fiscale, ambito in cui “ogni ingerenza da parte di altri paesi piuttosto che di Bruxelles viene vista come un affronto, quasi si trattasse di un atto bellico”.
Inoltre ci sarebbe da risolvere la questione del risk-sharing, ossia la distribuzione dei costi nel caso di dover assistere a un default sovrano o a una ristrutturazione controllata del debito. In parole povere perché un tedesco dovrebbe accettare di mettere i propri soldi per salvare paesi meno virtuosi come il nostro per esempio. Questo aaccade perche non si è mai risolta quella che è la contraddizione di fondo di questa Europa, la cui unione mai è stata davvero realizzata se non a parole Ognuno si muove autonomamente senza che ci sia un minimo di regia o di comunione di intenti, come anche questa ultima drammatica emergenza sanitaria ha dimostrato. E se questa coesione e unità di intenti non la si riesce a trovare nemmeno in una simile situazione senza precedenti, non si capisce davvero quando è dove la si potrebbe mai trovare. Tornando al Consiglio europeo di domani, probabilmente si assisterà al solito scontro fra i paesi del nord rigoristi e quelli de sud piu accomodanti, sulle reali possibilità di emettere i famigerati eurobond per far fronte alla crisi economica incombente. Proprio il Mes potrebbe trasformarsi nel veicolo finanziario con cui emettere i nuovi “coronabond”. Fra le risorse a cui guarda il governo italiano per finanziare le risorse contro lo shock economico del coronavirus c’è l’ipotesi appunto “di usare l’emissione di eurobond da parte del Mes, senza alcuna condizionalità”, come ha affermato di recente il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, in audizione sul decreto Cura Italia.
Del resto, ha spiegato il commissario Ue agli affari economici Paolo Gentiloni, “alla crisi non si può far fronte con strumenti usati in passato, perché origini e natura di essa non vanno confuse con quelle di 10-12 anni fa”. Secondo Gentiloni i coronabond “devono essere lanciati da strutture finanziarie perché sono titoli finanziari europei. La struttura più adatta per lanciarli è il Mes”. Ma a livello di dibattito, sottolinea Gentiloni, “non ci siamo ancora, è inutile dire cose che non sono ancora nelle decisioni prese, la discussione deve andare avanti. Temo che con l’evoluzione della pandemia aumenterà anche la consapevolezza di tutti che bisogna reagire anche con strumenti finanziari”. Come dire tutto e il contrario di tutto e se a dire queste cose è un commissario all'economia, per di più italiano, la cosa dovrebbe assai preoccupare Palazzo Chigi.
Più dure e scettiche a tal proposito sono state sicuramente le opposizioni. Salvini è stato perentorio quando giorni fa ha commentato caustico “Da Bruxelles per ora solo silenzi o vaghe promesse, servono tanti tanti soldi, subito. I miliardi si trovarono per aiutare le banche tedesche o per finanziare la Turchia. Adesso che ha bisogno l’Italia non si può? “.
Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, rincara la dose toccando proprio la questione spinosa del Mes: “La Germania vuole imporci il Mes. La Merkel ha appena fatto sapere che non è disposta a concedere l’accesso al Fondo ‘ammazza-Stati’ senza condizionalità, svelando il vero piano della Germania: approfittare dell’emergenza coronavirus per commissariare l’Italia, imporre il rigore tedesco alla nostra economia ed espropriare le sue aziende e i suoi asset strategici. L’emergenza Covid-19 sta mostrando a tutto il mondo il vero volto della UE a trazione tedesca. Il Governo italiano alzi la testa”. Ed è propria questa tesi della Meloni che continua a dimostrare una grande lucidità e responsabilità anche in una situazione così drammatica, che ci dovrebbe preoccupare maggiormente, perché ha una sua indiscutibile ragionevolezza. Secondo la leader di Fratelli d Italia, infatti, la Germania vorrebbe mantenere quelle condizionali per accedere ai prestiti del Mes, che metterebbero il nostro paese in una condizione di estrema difficoltà. Secondo quello che è nei piani della prima stesura del meccanismo del fondo salva stati, la richiesta di un prestito potrebbe portare all'attivazione dei cosiddetti OMT (Outright monetary transactions, in italiano “operazioni definitive monetarie”), che prevederebbero l’acquisto di Btp a breve termine (con scadenza 1-3 anni) direttamente da parte della BCE secondo sua discrezionalità sia in termini di quantità che in termini di avvio e durata delle operazioni e, naturalmente, sotto le condizioni previste per l’accesso al Mes. Questo sarebbe un preludio, che potrebbe portare in casi estremi, che alla luce delle difficoltà a cui andrà incontro la nostra economia, sono purtroppo possibili se non probabili che si verifichino, ad uno scenario da riforme lacrime e sangue, imposte a Roma dalla troika, come già accaduto in Grecia. Ma con un piccolo particolare non certo secondario e cioè che la situazione pare ad oggi forse peggiore di quella del 2008 e che il nostro paese certo non è paragonabile alla Grecia in quanto a peso economico all'interno della Unione. Quindi in un certo senso una scenario stile Grecia per l'Italia vorrebbe dire probabilmente la fine dell'Europa e dell'Euro, ma forse questo alla fine al di là della frasi di circostanza potrebbe non essere poi cosi sgradito a Berlino. C è da augurarsi però che Conte abbia l' autorevolezza e il coraggio di non sottostare ad un simile ricatto soprattutto in un momento così drammatico per il nostro paese.
@vincenketchup

domenica 22 marzo 2020

DISASTRO COMUNICATIVO

Alle 23 della sera del 21 Marzo arriva l'ennesimo comunicato da parte del premier Conte sulla sua pagina Facebook. Al di là della scelta del canale comunicativo utilizzato per fare comunicazioni cosi importanti alla nazione, sicuramente poco ortodosso, lascia ancora una volta piuttosto esterrefatti la mancanza di certezze e di una informazione diretta ed univoca a cittadini sempre spaventati, stanchi e incerti, dopo lunghi giorni di “quarantena “ a domicilio, senza ancora nessuna certezza sul domani. 
Persino la bibbia della sinistra mondiale, l’autorevole New York Times, ha scritto una durissimo articolo contro la gestione della crisi a livello comunicativo da parte del governo “Se l'esperienza italiana mostra qualcosa, è che le misure per isolare le aree colpite e limitare la circolazione delle persone devono essere rapide, messe in atto con chiarezza e rigorosamente applicate”. Parole durissime, che stridono contro l'innegabile sforzo che stanno facendo milioni di connazionali chiusi, per lo più diligentemente, in casa da settimane. Ma il duro pezzo del giornale americano esprime chiaramente quella che è la sensazione di molti su come sia stata gestita la crisi in questo ultimo mese da parte del governo italiano. 
A cominciare dalla prima sottovalutazione da parte di chi adesso invece chiede il massimo rigore ( come non citare Nardella e il suo “abbracciamo un cinese” o il presidente della Regione Toscana che non riteneva necessaria alcuna quarantena per chi tornava dalla Cina, o ancora la discutibile scelta di organizzare un  aperitivo da parte di Zingaretti a Milano, dopo i primi casi di infezione a Codogno). I leader sono definiti tali proprio perché si dovrebbero distinguere dalla massa, riuscendo a gestire in maniera controllata le situazioni più difficili e sconvenienti, prendendo decisioni anche dure ed impopolari quando e se serve. 
La democrazia certo non permette di assumere misure drastiche come quelle adottate nella città cinese di Whuan, focolaio da cui tutto sarebbe nato, ma nemmeno gestire il tutto con questo stucchevole tira e molla  fra governo, imprese, opposizioni e governatori regionali, sulle misure più adeguate da prendere per contenere il virus. Proprio nei momenti di grande difficoltà un leader deve avere la capacità di comunicare in maniera chiara ed univoca quello che sta facendo per il bene pubblico, senza incertezze, ascoltando tutti ma assumendo lui in prima persona il gravoso compito di decidere per tutti. 
Altrimenti si rischia di creare solo confusione ed incertezza a tutti i livelli organizzativi, che non può che portare nocumento e rallentare la risoluzione della gravissima emergenza. Sono tanti, forse troppi,  invece gli errori che l'apparato comunicativo dello stato ha compiuto e sta compiendo in questi durissimi giorni. A cominciare dalla quotidiana conferenza stampa di un sempre meno convincente Angelo Borrelli, chiamato a ricoprire un ruolo a cui non pare adeguato, che nel suo bollettino di “guerra” svolge il suo compitino, sfoderando dati e numeri in maniera asettica e monocorde, senza entrare nello specifico delle necessità e delle esigenze che una simile situazione comporterebbe e senza dare quasi mai adeguate risposte alle domande che i giornalisti gli pongono. Non si capisce perché ad una simile conferenza stampa non partecipi mai il ministro della Salute competente di cui in questi giorni, paradossalmente sembra si siano perse le tracce e che invece potrebbe e dovrebbe dare delucidazioni importantissimi per esempio sullo stato in cui si trovano i vari reparti ospedalieri messi sotto fortissima pressione. In questo modo potrebbe passare il messaggio che chi siede al ministero della Salute forse non è in grado di reggere un simile confronto. Per questo forse non è un caso che sicuramente molto più convincente ed argomentata pare essere il bollettino della Regione Lombardia, fulcro del contagio in Italia, che viene diramato in diretta streaming, ogni giorno, dall'assessore al welfare e alla sanità della Regione,  Giulio Gallera, non a caso fra i primi a chiedere al governo misure più stringenti da giorni. Il momento è difficile ed unico e sicuramente non è semplice affrontare una situazione di tale gravità, mai vista dal dopoguerra ad oggi, ma in certi momenti pare che chi è tenuto a prendere decisioni stia procedendo a tentativi o comunque non abbia quella necessaria fermezza nell’assumere le proprie decisioni, che occorre in situazioni così estreme. Vogliamo credere e probabilmente sarà così, che questa sia solo una impressione, ma questa impressione viene ricavata proprio dalla comunicazione ondivaga ed incerta che si sta usando in questi giorni. Non si chiede certo al governo di avere la capacità comunicativa che ebbe Winston Churchill durante la seconda guerra mondiale, ma nemmeno dare una immagine cosi distorta e poco chiara da parte di chi invece deve rassicurare e gestire una situazione cosi emergenziale  Gli annunci, pochi e da parte di chi ha le competenze e le responsabilità necessarie, devono avere come unico ed ultimo fine di far capire alla gente quello che devono fare e che possono fare e quello che assolutamente non devono e non possono fare. Questo la gente lo deve comprendere chiaramente ed esplicitamente, senza inutili proclami o giri di parole inconcludenti. Le opposizioni da giorni anche se in forme e modalità differenti, più polemicamente la Lega, forse più responsabilmente e in maniera più propositiva la Meloni, stanno chiedendo allo Stato di prendere misure più drastiche, richiesta, d'altra parte, più volte avanzata dalle Regioni più colpite, come la Lombardia e il Veneto. Anche se per ragioni drammatiche il nostro paese da giorni è al centro dell’attenzione mediatica di tutto il mondo. Tutti guardano a noi per capire come poter agire per contrastare questa subdola minaccia invisibile e dare una impressione di indecisione e di incertezza potrebbe dare adito al solito luogo comune del nostro paese inaffidabile, pasticcione e poco serio. Ecco perché in un caso come questo la comunicazione è fondamentale, proprio per non instillare il minimo dubbio sul fatto che il nostro paese abbia una sua linea operativa ben precisa e quella persegua fino alla fine. Questa è l'ora della verità non solo per la salute pubblica ma anche per l'immagine di un paese troppe volte a torto o a ragione bistrattato. Gridiamo al mondo tutti insieme come spesso stiamo facendo dai balconi delle nostre “prigioni” domestiche, che “l'Italia s'è desta” chissà che il coro di tutti non riesca a coprire i balbettii della comunicazione istituzionale di questi durissimi giorni.

sabato 14 marzo 2020

CORONAVIRUS EUROPA NON ESISTE NEMMENO NELLE EMERGENZE




La Spagna ha oltre 2964 contagiati, di cui oltre la metà nella sola area metropolitana di Madrid e dopo che il ministro Irena Montero è risultata positiva al contagio da coronavirus, il vicepremier Iglesias suo compagno di vita, è stato messo in quarantena e tutto il governo è stato sottoposto al tampone. In Francia i contagiati sarebbero 2200 e così in Germania. 
Per ora, ma solo per ora la situazione sembra meno grave solo nel Regno Unito. Questa la situazione davvero preoccupante che si registrra ad oggi nei principali paesi europei. Ma dopo quello accaduto in Italia era difficile non aspettarsi una rapida diffusione del contagio anche in Europa, dove il virus sicuramente circola almeno da Gennaio ( il primo caso sembrerebbe essere quello registrato il 24 Gennaio in Germania). 
Era necessario perciò che tutta l'Europa insieme ed unita ( e qui casca come sempre l'asino) approntasse un piano emergeenziale per contenere l'epidemia. Invece nulla di tutto ciò è stato fatto, e si è guardato al nostro paese come l'untore europeo e si è pensato mei primi giorni ad isolarlo, più che ad aiutarlo. Ora che anche nel resto d’Europa sembra si stia verificando quello accaduto da noi una decina di giorni fa. Eppure tutto sempre quasi normale, stadi affollati, negozi bar e ristoranti aperti senza limitazioni. Pare davvero che la lezione del nostro paese non abbia sortito nessun effetto in questa Europa, che pare sempre più lenta nei propri processi decisionali nel gestire la normalità, figuriamoci le emergenze. La presidente della commissione sta dimostrando francamente, alla prima vera prova dei fatti, una certa inadeguatezza davvero preoccupante.
 Le decisioni del presidente della Bce Lagarde, da cui forse si aspettava maggior coraggio ( non rimpiangeremo mai abbastanza Mario Draghi), hanno contribuito ad aumentare il panico sui mercati, che sono letteralmente sprofondati. Ma anche i leader “forti”come Macron e Merkel dimostrano in questo caso una preoccupante carenza di leadership e di autorevolezza. Adesso arriva Trump a prendere di petto la situazione decidendo unilateralmente di bloccare i voli da e per l'Europa, proprio a causa dell'inazione” della stessa nel contrastare il virus, che detto da chi solo pochi giorni fa definiva l’epidemia  poco più di un'influenza, fa sorridere, ma è emblematico di come ancora una volta questa Europa sia ormai diventata sempre più marginale ed inefficace. 
Per un volta il nostro tanto bistrattato paese ha preso quelle misure forti che occorrono in un momento drammatico come questo. Forse occorreva ancora di più come richiesto da Salvini e la Meloni nell'incontro con Conte, forse queste decisioni andavano prese prime come richiesto dai governatori di Lombardia e Veneto, ma almeno qualche cosa è stato fatto. Il problema è serio e il fatto che ancora non se ne abbia piena consapevolezza dai principali governi europei è fatto che aumenta la paura e il rischio che le conseguenze potrebbero essere ancora più gravi. Quello che fino ad ora è mancato è come al solito un piano emergenziale comune, una idea comune di azione che potesse fare da argine alla diffusione. Invece si è commesso il grave solito errore, come in occasione della questione dei migranti o delle crisi del debito dei paesi del sud Italia, che è quello attendista e di solidarietà solo a parole su chi è in prima linea ad affrontare di volta in  volta l'emergenza. Ma ora lo scenraio è mutato, l'emergenza è globale ed occorre una risposta globale. Perché fino a che si pensa che il problema, di voltya in volta sia solo riferito e limitato ad un paese o ad un gruppo di paesi e non  debba comunque essere preso in carico dall'Europa unita, come evidentemente è stato pensato fino ad ora e fino a che quindi di conseguenza non si prenderanno decisioni comuni e valide per tutta l'Europa, i problemi se va bene rimarrano sul tavolo e se va male ( come purtroppo in questo caso) non potranno che peggiorare. Come già visto il virus non si ferma ai confini, ma si combatte tutti insieme con decisioni forti difficili, sconode ed impopolari ma necessarie. Non basta che la presidente della Commissioni dica “siamo tutti italiani” se poi alle parole non seguono fatti concreti. Altrimenti si tratta solo di parole retoriche e di circostanza, di cui in questo momento, non se ne sente nessunissima necessità. Non è più ora dell'attesa e delle reticenze, occorrono fatti concreti a livello sanitario prima ed economico poi. Perché in casi come questi il fattore tempo è fondamentale e la sottovalutazione è un errore che potrà avere effetti ancora più devastanti di quelli che questa emergenza sta creando. C'e da sperare che tra gli tutti gli effetti negativi che questo maledetto virus porterà con sè, non abbia però il merito di dare una scosa decisa ad una Europa da troppo tempo sonnolenta, indecisa e divisa su tutto.
vcaccioppoli@gmail.com 

giovedì 27 febbraio 2020

LA BATTAGLIA SUI FONDI PAC EUROPEI


Mentre in Europa dopo il fallimento del Consiglio Europeo di settimana scorsa sul bilancio comunitario per il periodo 2021-2027, non si riesca a trovare una quadra fra i paesi cosiddetti “frugali” e i paesi come Italia, Spagna e Francia che sono invece per una maggior allargamento dei cordoni della Borsa, il premier spagnolo propone una possibile soluzione, che veda un maggior investimento di fondi nella Pac a scapito dei fondi di coesione. Su questo punto Sanchez è convinto di trovare una spalla nell’ Italia e nella Francia. Ma la soluzione non pare cosi semplice come forse appare. Il paese iberico, infatti, in questi giorni, deve far fronte con una durissima protesta degli agricoltori, che lamentano, come d’altra parte quelli italiani, come la politica europea di apertura verso alcuni mercati, abbia messo alcuni settori produttivi in ginocchio. Ma nello stesso tempo con i fondi di coesione si andrebbe ad aprire un conflitto con le regione autonome che sono grandi beneficiarie di questo tipo di finanziamenti. Insomma pare davvero che questo ginepraio sui fondi europei sia davvero di non facile soluzione. Senza contare che ora l’emergenza di coronavirus rischia di complicare ancora di più le cose, dal momento che dal punto di vista economico l’emergenza sanitaria potrebbe avere un forte impatto negativo. Certo è che con il bilancio 2021-2027 l’Unione europea gioca una partita decisiva nel mezzo di una crisi di fiducia nella sua forza, nella sua identità e, secondo alcuni, perfino nelle sue basi costitutive. Una crisi che investe nel profondo le relazioni tra gli Stati, il grado di condivisione e di fiducia reciproca. E la lotta fra fondi Pac e fondi di coesione rischia di essere alla fine una lotta fratricida che colpisca indistintamente i paesi maggiormente interessati, che sono appunto quelli del sud Europa, e quelli del cosiddetto blocco di Visegrad.
È chiaro da tempo che la politica di coesione sia di primaria importanza per la stessa tenuta dell’Unione europea e del mercato interno. Intanto è il canale fondamentale attraverso il quale passa la politica di investimento della Ue: eroga finanziamenti pari all’8,5% degli investimenti di fondi pubblici nell’ Unione, percentuale che sale a quota 41 per la UE-13 (tutti gli Stati membri che hanno aderito all’ Unione europea nel 2004 e nel 2007: Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Polonia, Romania, Slovenia, Slovacchia, Croazia) e a oltre la metà degli investimenti pubblici totali per diversi Paesi: in Portogallo oltre l’80%, Croazia 80%, Lituania oltre il 70%, Polonia al 60%, Ungheria e Slovacchia 55%. In Spagna i finanziamenti UE in rapporto agli investimenti pubblici totali nazionali superano il 15%, in Italia sono circa al 12% (dati 2015-2017). Al termine del periodo di attuazione del bilancio 2007-2013 è stato calcolato che il pil della Lettonia è aumentato del 3,9% grazie agli investimenti sostenuti dalla politica di coesione, mentre in Ungheria è aumentato di circa il 3,6%. Secondo i calcoli comunitari, il pil della UE12 (UE-13 meno Croazia) nel 2015 mediamente superava del 2,8% il valore che avrebbe avuto senza gli investimenti della politica di coesione. 
Ma anche il nostro paese non può certo accettare a cuor leggero una sorta di compromesso come proposto dalla Spagna fra Fondi Pac e fondi di coesione, considerando che il nostro paese per il periodo 2014-2020 è stato con i suoi 73,7 miliardi di euro, il secondo maggior beneficiario ( dietro alla Polonia, la stessa Spagna è comunque al terzo posto) di fondi. Il vero problema del nostro paese è quello di riuscire ad impiegarli, ma questo è tutt’altro discorso. Come di recente denunciato dal senatore Patrizio La Pietra, di Fdi, capogruppo in commissione agricoltura, in una audizione al Senato “La bozza sulla nuova Pac presentata dalla Commissione europea, purtroppo conferma quanto da tempo sostiene Fratelli d'Italia e cioè un danno per la nostra agricoltura quantificato in un taglio netto di 2,7 miliardi di euro. Cifre che si scontrano con gli annunci del Commissario europeo. Non si può pensare di sviluppare l'agricoltura attraverso politiche green se poi si operano tagli alle risorse. Tutto questo penalizzerà la nostra agricoltura, aumentando a sua volta il divario rispetto gli altri paesi dell’area euro, dove i costi del lavoro, la tassazione e i servizi sono profondamente diversi dai nostri. La verità è che si sta creando un vero e proprio sistema di concorrenza sleale nei confronti della nostra agricoltura”. Ecco perché la questione per il nostro paese si fa oltremodo difficile ed occorre una forte coesione con altri paesi per formare un blocco che possa cercare di arginare le pretese di chi vorrebbe una drastica riduzione dei fondi per agricoltura e aree sottosviluppate. Inoltre secondo i nuovi criteri che la Commissione europea vorrebbe adottare, basati su una media astratta sul criterio della superficie agricola, senza contare fattori chiavi quali i costi di produzione, il valore aggiunto della produzione il reddito medio o le questioni climatiche, la nuova ripartizione dei fondi andrebbe ad aggravare ulteriormente il quadro dei piccoli produttori, che nel nostro paese sono la stragrande maggioranza. Secondo gli ultimi calcoli il nostro paese rischierebbe di perdere quasi 3 miliardi di fondi per l’agricoltura rispetto al periodo precedente. 
Ma questo problema si scontra con la necessità di alzare il budget, che per ora rimane fissato poco sopra all’1% del Pil europeo. La proposta spagnola parte appunto dal presupposto che il budget debba comunque essere alzato e non fermarsi alla proposta di mediazione proposta dal presidente del Consiglio Europeo Charles Michel che vedeva nell’1.074% del reddito nazionale lordo un possibile punto di incontro. Dopo le parole di Macron al Consiglio europeo ( “Non voglio sacrificare la politica agricola. Lo dico chiaramente: non è l'agricoltura che pagherà per Brexit.”) e adesso la proposta arrivata dalla Spagna è che molto in Europa nei prossimi mesi, per l’accordo sul bilancio, si giocherà proprio sulla PAC ( anche perché li pare siano destinati i maggiori tagli), e il nostro paese può e deve giocare un ruolo da protagonista.

lunedì 17 febbraio 2020

FINLANDIA IN CRISI PER LA TROPPA AUSTERITY

La Finlandia ha proposto di affrontare il crescente indebitamento delle famiglie, favorito da bassi tassi di interesse e dalla digitalizzazione dei servizi di credito, attraverso una strategia nazionale volta a migliorare l'educazione finanziaria dei cittadini. Secondo la Banca di Finlandia, l'indebitamento delle famiglie in relazione al loro reddito è più elevato che mai e raggiunge una media del 127%, una tendenza che, secondo le autorità, rappresenta una minaccia sia per la prosperità dei cittadini che per l'economia nazionale. Secondo Jenni Hellstrom, direttore della comunicazione della Banca di Finlandia, uno dei principali fattori del crescente indebitamento dei finlandesi è la digitalizzazione dei pagamenti - con una carta o con applicazioni mobile - e il minore utilizzo di denaro contante. 
La percentuale di pagamenti con carta di credito o di debito dei consumatori finlandesi nei negozi è aumentata dal 30% nel 2000 all'81% nel 2018, mentre l'uso del denaro è stato ridotto al 19%, secondo i dati della Banca di Finlandia. "L'indebitamento ha a che fare con il modo in cui vengono effettuati i pagamenti nei Paesi nordici, perché l'intero processo di pagamento per gli acquisti è diventato letteralmente invisibile", afferma Hellstrom. "Quello che vediamo è che, soprattutto tra i giovani, ma anche tra altre fasce della popolazione, a volte capita che il conto di quanto effettivamente speso non venga considerato, pagare è così facile che non viene più data così tanta attenzione", aggiunge. Questo dato dovrebbe forse far riflettere chi all'interno della attuale maggioranza giallorossa continua a spingere per una diffusione dei pagamenti con carta di credito anche per piccoli importi anche in Italia. 
Il fatto che il nostro paese sia uno dei paesi con il maggior tasso di risparmio famigliare al mondo forse analizzando questi dati finlandesi dovrebbe far riflettere su quali effetti potrebbe avere su di esso un eccessivo aumento dell'utilizzo di pagamenti digitali. Ma analizzando più in generale la situazione della Finlandia, che sempre viene vista come un paese virtuoso e all'avanguardia per molti aspetti in materia di vivibilità, clima, educazione e welfare, forse ci si accorge che molti miti andrebbero sfatati. La Finlandia, infatti, spesso viene valutata ai primi posti nelle classifiche dei paesi più felici al mondo, ma è 32° per il numero dei suicidi ( l'Italia è 142°) ed invece al 158° per quella che attiene al tassi di natalità. Insomma come si può vedere dati piuttosto discordanti e che se vogliamo non rappresentano la Finlandia come l'isola felice che molti forse pensano sia. D'altra parte la Finlandia è sempre stato uno dei paesi maggiormente convinti della necessita della politica della asuterity, anche se certo, come si può ben vedere dai dati, non ha certo contribuito ad accrescere l'economia e il benessere dei propri cittadini, anzi. Impersonata dall’ex primo ministro (2011-2014) . ex commissario europeo Jyrki Katainen ( che molti in Italia ricorderanno come una sorta di falco implacabile quando si doveva discutere di politiche di bilancio anche per il nostro paese), ed ex  vicepresidente  della scorsa Commissione di Bruxelles, l’austerità ortodossa di Helsinki ha portato a non ritenere esaustiva per l’uscita dalla Grande Recessione alcuna misura che non fosse incentrata sul taglio al welfare, sul contenimento della spesa pubblica e sulla riduzione del deficit di bilancio. 
Tutto ciò ha determinato per l’economia finlandese tra il 2008 e il 2015  una contrazione del Pil da 283 a 232 miliardi di euro (-18%) prima di risalire fino a 251 miliardi, senza che al contempo il governo liberale di Helsinki, guidato dopo Katainen, da Alexander Stubb (2014-2015) e Juha Silpila (2015-2019) sapesse andare oltre la ortodossia dell'austerity a tutti i costi. La Finlandia ha sempre battuto duramente sul chiodo dell’austerity, predicato il rispetto delle regole europee e la contrazione del debito pubblico dei Paesi dell’Unione. Forse però in tal senso uno spiraglio comincia ad intravedersi anche da quelle parti, perché nello scorso Giugno, la risicatissima vittoria dei socialdemocratici sui populisti ( per un solo seggio di differenza) ha portato al governo il nuovo primo ministro Antti Rinne, 57 anni, che aveva subito dichiarato la ferma volontà di spezzare i vincoli dell’austerità che hanno massacrato l’economia finlandese, ridotto il welfare e frenato la crescita del Paese. Il piano prevedeva un aumento della spesa pubblica di 1,23 miliardi all’anno da qui al 2023, a cui si aggiungono 3 miliardi utilizzabili in caso di shock esterno, come una nuova recessione nell’Eurozona. Ora resta da vedere se, dopo le sue dimissioni causate dalla supposta cattiva gestione dello sciopero dei dipendenti delle poste nazionali, come si comporterà, in campo economico la nuova giovanissima premier Sanna Marin, che ha preso il suo posto alla guida dell'esecutivo. La sua prima proposta di ridurre la settimana a 4 giorni mantenendo lo stesso stipendio indica che la strada sembra essere ormai quella. Ma certo è che la sua priorità sembra quella di arrivare alla neutralità di emissioni di Co2 il prima possibile. E difficile pensare ad arrivare ad un programma cosi ambizioso senza un piano di investimenti massiccio liberato dai vincoli della austerity. Anche perché il partito populista finlandese ha fatto, in campagna elettorale, molto leva sullo scontento popolare che questi anni di austerità hanno creato nella popolazione. Il fatto poi di essere fra i principali difensori di questa politica anche in Europa, non ha fatto altro che rafforzato la tesi dei populisti che hanno perciò aumentato il loro consenso, fino a sfiorare un clamoroso successo. Inoltre il paese deve anche fare i conti, in questi ultimi anni, con un costante aumento della criminalità comune, che le destre addebitano in larga parte all'aumento della immigrazione clandestina. 
Ecco perché forse dal piccolo paese finlandese, da sempre uno dei più solidi alleati della politica di bilancio della austerità in Europa, cosi cara ad austriaci e tedeschi, può aprirsi quella crepa nella solidità di una fermezza nel mantenere rigidi vincoli di bilancio che hanno fallito e che hanno contribuito a rendere il continente sempre meno competitivo e in difficoltà contro i due giganti mondiali Usa e Cina

sabato 1 febbraio 2020

MELONI PIACE PURE IN AMERICA

Dopo la sorprendente per certi versi uscita dell’autorevole Times che ha inserito Giorgia Meloni fra le 20 persone più influenti dell’anno, per la Giorgia nazionale arriva un importante endorsment da parte degli Stati Uniti d’America e precisamente dal meeting repubblicano che vedrà il 7 Febbraio la presenza anche del presidente americano. Secondo alcuni questa potrebbe essere l’occasione per la Meloni di incontrare il presidente americano o almeno il suo vice Pence. In questo viaggio in  terra americana la leader di Fratelli d’Italia dovrebbe essere accompagnato da Carlo Fidanza, capo delegazione del partito al parlamento europeo, fine tessitore della politica filo atlantista del partito. 
Insomma la Meloni sembra non ricevere apprezzamenti sempre più numerosi in Italia ( Fratelli di Italia ormai è saldamente sopra l’11% secondo i principali istituti di sondaggio) ma anche oltreoceano e questo forse potrebbe essere ulteriore motivo di attrito con il leader della Lega Matteo Salvini, che invece sembra ancora trovare qualche resistenza all’interno della amministrazione americana. Anche perché per la Meloni non si tratta della prima esperienza come ospite ad una convention repubblicana negli Usa. Nello scorso Marzo, infatti, aveva già partecipato al Consiglio Italia-Stati Uniti a New York, un grande evento che mette insieme le migliori energie della politica e dell'imprenditoria italo-americana per intensificare i rapporti e gli scambi commerciali. E di seguito aveva partecipato, come ospite accreditata a parlare, al Conservative Political Action Conference 2019 a Washington, la più grande manifestazione organizzata dai repubblicani americani e che riguarda il campo dei conservatori. In quella sede il suo discorso, in un inglese impeccabile, aveva stupito molti osservatori americani, che evidentemente ancora non conoscevano appieno la leader di Fratelli d’Italia e le sue grandi potenzialità. Questa sua esperienza americana, infatti, secondo alcuni gli sarebbe valsa ( il condizionale è assolutamente d’obbligo in queste circostanze) un invito ufficiale e riservatissimo da parte dell’ambasciata americana in Italia, onore che si riserva solitamente a pochi importanti ed autorevoli esponenti politici, sopratutto della maggioranza di governo. L’America conservatrice d’altra parte sembrerebbe da tempo alla ricerca di una valida sponda italiana nella sua nuova linea di politica internazionale, dopo l’ondivaga politica italiana del governo gialloverde verso la Cina e la Russia. La Meloni, secondo i bene informati, potrebbe incarnare alla perfezione il politico di riferimento per l’amministrazione americana all’interno di una Europa da tempo divisa sopratutto in materia di politica internazionale. Lo stesso Steve Bannon, il guru della campagna elettorale trumpiana, riciclatosi come spin doctor della diffusione del sovranismo europeo, ha più volte avuto parole di grande apprezzamento per il lavoro della leader di Fdi. Le affinità dopotutto fra Fratelli d’Italia e i conservatori americani, come aveva spiegato lo stesso Fidanza in un recente intervista al Giornale, “ hanno diverse sfaccettature, in particolare riguardo il rispetto del ruolo della famiglia, dei valori tradizionali e della tutela della sovranità nazionale”. Ma non si fermano certo solo a questo ma hanno attinenza anche con importanti questioni strettamente legate alla geopolitica.  La convergenza fra amministrazione Trump e FdI,  infatti, riguarda anche la sfida al surplus commerciale tedesco, di cui da sempre anche Obama stesso fu critico, ma anche i timori nei confronti dell'avanzata cinese. Anzi, proprio sul fronte della Via della Seta, il partito di Giorgia Meloni si è sempre posto in maniera critica, in questo confermando l'asse con Nato e Stati Uniti. Un altro aspetto che sicuramente non dispiace a Trump è quello che riguarda l’atteggiamento di critica costruttiva che il partito della Meloni da sempre ha verso le istituzioni europee e la sua politica di austerity.  E non è certo una novità che Trump non abbia un gran feeling né con Macron né tantomeno con la Merkel. Ecco perché l’Italia può rappresentare una sorta di cavallo di troia all’interno della stessa comunità europea. Al di là delle pacche sulle spalle e della supposta simpatia umana verso l’attuale premier, Conte e il suo governo, infatti, agli occhi americani appaiono troppo appiattiti sulle posizioni franco tedesche. E lo sgarbo riservato al nostro governo, quando fu tenuto all’oscuro, al contrario di Francia Germania e Gran Bretagna, del raid per eliminare il generale iraniano Soleimani. La Meloni, quindi, in questo scenario potrebbe addirittura diventare il naturale riferimento della politica italiana per l’ amministrazione Trump, sopratutto se, in caso di elezioni anticipate, il centrodestra, come sembra, dovesse avere la meglio nelle urne. Insomma per la ragazza partita dal quartiere popolare della Garbatella potrebbero presto aprirsi prospettive a livello internazionale precluse a molti altri politici italiani ben più accreditati della leader di Fdi. Ma quello che contano alla fine in politica così come nella vita sono i fatti e la Meloni proprio nei fatti sta costruendo la sua statura politica, non solo a livello nazionale.

LA RIGIDA OLANDA SOTTOVALUTA IL RISCHIO VIRUS

La risposta dell’Olanda al virus è stata assolutamente inconsistente” queste sono le dure parole di Arjen Boin, professore di istituzioni ...